martedì 16 giugno 2009

L'ultimo cacciatore solitario

Vaga cacciatore solitario nei meandri dell’ esperienza, vaga nella tua solitudine, ricurvo su te stesso con la schiena che porta il peso dei tuoi anni, la tua saggezza riecheggia nelle valli che da sempre solchi, alla ricerca di quelle emozioni che solo la caccia sa darti.

Il tuo cuore ormai stanco e affaticato, si emoziona ancora dinnanzi ad una ferma, palpita nel fitto del bosco quando sei vicino alla regina, la mano tremante afferra il fucile con forza cercando di sparare un solo colpo, la pelle rugosa del viso si distende quando abbozzi un sorriso di compiacimento per la meravigliosa stoccata.

Vaga cacciatore solitario, con il tuo bagaglio d’esperienza potresti insegnare a ornitologi e studiosi il comportamento dei migratori, uno sguardo al cielo e uno al vento e sapresti dire con certezza se domani sarà una buona giornata per il passo.

La vecchiaia insegna, la vecchiaia è tristezza, solitudine, la tua vita è stata tutt’altro che facile, hai combattuto al fronte per difendere la tua libertà, sei stato nei paesi dell’Est a combattere una guerra non tua, sognando di cacciare folaghe e trampolieri sulle rive del Don; hai visto la morte in faccia ne hai fatto la conoscenza e te ne sei liberato pensando alle tue amate valli, agli amici, ai cani e a quelle colazioni fatte di un tozzo di pane raffermo, del buon formaggio e un bicchiere di vino rosso corposo.

Ripensi a quanto sei stato fortunato nel poter vivere il succo della vita, assaporarne il midollo e vivere ogni attimo così intensamente, libero di cacciare come volevi senza le moderne restrizioni che rendono la tradizione venatoria un corso di giurisprudenza più che una passione .

Tutta la selvaggina era consentita e tu, con infinito rispetto, prelevavi solo il necessario, che importanza aveva se in una mattina incontravi due, tre, quattro lepri, la tua mano metteva nel carniere lacero e sdrucito solo un’orecchiona poiché due sarebbero state un lusso, un torto alla natura e tu di lussi non ne volevi.

Cresciuto nella miseria e nel rispetto della vita altrui, sapevi onorare il tuo avversario uomo o animale che fosse, la lotta tra di voi era sempre pari, mai un vantaggio per nessuno dei due.
Ora, disteso nel tuo letto, tra lenzuola dure e lacere, guardi la doppietta appesa sopra il camino e pensi alle innumerevoli emozioni che questa ti ha regalato, imbracciandola da quando tuo padre te la donò il giorno del tuo sedicesimo compleanno, fino all’ultima fucilata fatta a una cotorna, che tanto ti fece stancare per recuperarla in quel calanco.

Lo sguardo dello spinone disteso dinnanzi al fuoco si incrocia con il tuo, vorresti startene seduto sulla panca di legno, con la pipa in bocca, assaporando l’odore del tabacco alla vaniglia e caricando le cartucce come faceva tuo padre, carezzandolo di tanto in tanto per rinsaldare quel legame che vi unisce.

L’ultimo alito di vita è per lui, compagno di tante mattine e di tanti tramonti, stendi la tua mano verso quel muso peloso cercandolo ma non sentendolo, con movenze stanche e lente si avvicina a te quasi sapesse di salutarti per l’ultima volta, se potesse ti accompagnerebbe come ha sempre fatto nel viaggio più difficile e pauroso.

L’imbrunire della sera e l’aria fresca delle cime ancora innevate salutano un’altra giornata che giunge al termine,volgi il tuo sguardo fuori dalla finestra dove il sole sta calando; ti ricordi….l’avevi voluta costruire proprio lì per poter guadagnare un’ora di luce nel periodo estivo, i tuoi occhi stanchi e lucidi guardano il cielo arancione per l’ultima volta, ti preparai all’ ”aspetto” più difficile, indossi a tracolla la bisaccia, carichi la doppietta e con un fischio chiami il cane, sei pronto sull’uscio per affrontare il viaggio più bello e difficile.

P

3 commenti:

  1. Bella e malinonica.. come questa sera di fine giugno...mentre ricordo con dolcezza una persona che oggi ha voluto lasciare questa dimensione in cerca di "altro da qui"...

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  2. Il Cacciatore
    di
    Federico Garcia Lorca

    Pineta alta!
    Quattro colombe nell'aria vanno.
    Quattro colombe
    volano e tornano.
    Portan ferite
    le loro quattro ombre.
    Pineta bassa!
    Quattro colombe sulla terra stanno.

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  3. un giorno di caccia
    di F.M.E.
    La notte passava veloce
    sembrava non esserci stata.
    Fino a tardi avevo ammirato
    le agili mani che
    mischiavano la polvere nera, i pallini lucenti,
    pesati e dopo inseriti
    nel piccolo cartone mortale.
    Sentivo la voce ripetermi
    perché ne fossi un giorno capace
    le formule, i pesi, le antiche
    alchimie.
    All’alba la voce
    mi dava l’ordine atteso. Balzavo
    dal letto e mentre indossavo
    i ruvidi panni gridavo a mia
    volta ai miei cani la parola
    del via.
    Infine la strada,
    accoglieva i miei passi.
    Davanti un uomo imponente (così
    mi appariva a quel tempo)
    armato, vestito di cuoio e velluto
    con passo solenne e poi io
    tenendo i miei cani latranti con lunghe
    corregge che segavan le mani
    con il passo già incerto per
    il peso di zaini, borracce, giberne
    e tutto quello che serviva quel
    giorno.
    Chilometri a piedi in salita
    e su su per contorte “trazzere”
    nel caldo e nel vento del giorno
    e su e su alla grande
    montagna senz’alberi e case.
    E poi i cirniechi partivan
    di slancio, saette marroni
    dagli occhi dorati che simili
    ad angel di morte scovavano
    la preda che invano correva
    veloce.
    E lo sparo uno, sicuro
    che fermava la caccia e la
    corsa, il grido e la gioia.
    E infine la voce parlava lenta
    e spiegava che la vita è una
    caccia e essa ha i suoi riti,
    doveri e regole antiche che il tempo non muta.
    Al rado riparo
    di antichi pagliai
    ascoltavo e mangiavo
    in silenzio il pasto frugale
    che mai mi saziava.
    Così passavo i giorni che
    oggi ricordo felici e che allora
    non parevano tali. E poi
    il calore del sole scemava
    la vampa spariva, con
    passo tremante scendevo alle
    luci di Agghiara.
    E la strada pareva infinita
    diversa dal giorno. Marciavo in mezzo ai
    miei cani che privi di forza
    seguivano stanchi con occhi
    devoti.
    In quei giorni imparai
    le cose più vere
    che ora finiscon con me.

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